Perfect Days (2023) – Recensione


C’è qualcosa di ipnotico in Perfect Days. È uno di quei film che ti prendono senza che tu nemmeno te ne accorga. Non ha una trama fatta di grandi eventi, non succede nulla di straordinario: c’è solo un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, segue la sua routine, ascolta vecchie cassette in macchina. Eppure, più lo guardi, più ti rendi conto che non riesci a staccarti.

Hirayama non parla quasi mai, ma ogni cosa che fa ha un senso. Il modo in cui piega i vestiti, innaffia le piante, osserva la luce tra gli alberi. Piccoli gesti, sempre gli stessi, eppure ogni volta diversi. Koji Yakusho è pazzesco nel dargli vita senza dire una parola di troppo. Basta uno sguardo, un respiro più lungo, il modo in cui osserva la luce che filtra tra gli alberi. E capisci tutto.

E Wenders fa lo stesso. Il film è costruito con una semplicità chirurgica, senza fronzoli, è essenziale, pulito, senza niente di superfluo. Tokyo non è la città frenetica piena di luci a cui siamo abituati, ma un posto fatto di angoli silenziosi, ombre, alberi che si muovono al vento. Ti sembra quasi di sentirlo, quel vento. C’è una bellezza nascosta nella ripetizione, nella routine che Hirayama segue con una serenità quasi zen.

E poi c’è la musica. The Animals, Patti Smith, Lou Reed, Nina Simone. Canzoni che ascolta mentre guida, i pochi momenti in cui sembra davvero rilassarsi. In quei pezzi c’è tutto quello che non dice. Forse un ricordo che riaffiora, forse solo il piacere di ascoltare.

Quando finisce, rimani lì. Non sai bene perché, ma qualcosa dentro ti si è mosso. Il film non ti spiega niente, non cerca di emozionarti a tutti i costi. Ti lascia solo osservare. E tanto basta.

Voto: 8.5/10

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